Elizabeth Eddy, centrocampista classe 1991 dell’Angel City, ha rilasciato una lettera (“La lettera W in NWSL“, appunto) tramite il proprio profilo X nel quale ha parlato apertamente della questione transgender, ponendo l’accento appunto sulla parola Women, e chiedendo quindi l’introduzione di criteri di idoneità per le donne prendendo spunto dalla Football Association inglese, nel quale “donna” è intesa come “persona provvista di ovaie sin dalla nascita”. Se da un lato la questione può anche avere una certa legittimità di fondo, dall’altro lato porre l’accento su un determinato aspetto può essere pericoloso e potenzialmente esclusivo.
LA QUESTIONE TRANSGENDER TRA NWSL E RESTO DEL MONDO
La questione transgender è una questione (appunto) che ogni tanto ritorna attuale nello sport, soprattutto nel calcio femminile, laddove gli striscioni “trans people are human people” (le persone transgender sono esseri umani) sono senz’altro più comuni che in altri sport, e proprio nelle sfide della stessa NWSL si possono trovare inquadrati sugli spalti. La discriminazione, spesso e volentieri, riguarda le calciatrici sudamericane o africane, che hanno generalmente un livello di testosterone più alto della norma (seppur molto più basso come livello rispetto ad un uomo), ma per ragioni prettamente genetiche.
L’esempio più lampante è stato quello di Barbra Banda: la zambiana dell’Orlando Pride era stata esclusa dalla Coppa d’Africa 2022 proprio per i livelli di testosterone più alto, ma non delle Olimpiadi poiché i criteri CIO erano molto meno stringenti. L’altro caso è quello della pugile Imane Khelif, al centro delle polemiche a Parigi 2024. Attenendoci però a quanto richiesto da Eddy, entrambe sono nate “con le ovaie”, pertanto perfettamente idonee a partecipare agli sport femminili. E i vantaggi biologici fanno anch’essi parte del bagagliaio di un’atleta.
NON SI TRATTA SOLO DI UNA QUESTIONE SPORTIVA
La questione non è solo sportiva, bensì ha radici ben più profonde e si unisce anche al razzismo, poiché molte calciatrici non bianche sono state spesso accusate di essere “degli uomini” (riportando la dicitura più comune letta sui social), cosa che ha riguardato anche Mayra Ramírez e Tabitha Chawinga, mentre calciatrici dallo stesso fisico muscoloso però “di razza bianca caucasica” (per citare l’Onorevole Nullazzo) raramente hanno ricevuto la stessa ondata d’odio e di dubbi.
Vi era stato un caso in cui una Nazionale africana aveva schierato due uomini nelle qualificazioni per il Mondiale 2011, ma è stata una situazione limite, che comunque ha portato a sentirsi “violate” molte altre calciatrici non toccate direttamente dalla questione, visto che la svedese Lotte Schelin raccontava di come fossero state costrette a spogliarsi interamente mentre venivano giudicate sul proprio sesso biologico e ottenere quindi la possibilità di partecipare alla manifestazione.
NON ESISTE SOLUZIONE
Lo sport rimane quella categoria nella quale le persone transgender possono fare di tutto, dall’addetto stampa al lavorare a stretto contatto con atleti e atlete, fuorché poter competere. Se ad un livello professionistico l’esclusione può anche considerarsi – soprattutto sui livelli di testosterone e densità ossea e muscolare – coerente con la garanzia di una competizione equa senza vantaggi “biologici”, con lo sport amatoriale, laddove si gioca per divertirsi e non pensando strettamente al risultato, la questione si complica.
Può davvero essere l’esclusione totale l’unica via percorribile? L’introduzione di categorie “male open” forzerebbe il coming out, per cui quantomeno andrebbero riviste nel nome e nell’impostazione, ma bisogna anche considerare che esistono diverse terapie ormonali che possono essere seguite per tenere sotto controllo i livelli di testosterone, pertanto vi sono metodi per poter permettere la partecipazione. Per cui si può percorrere una via alternativa almeno in questo campo.
“LA LETTERA W IN NWSL” È DUNQUE UN MESSAGGIO PROBLEMATICO
“La lettera W in NWSL” veicola dunque un messaggio potenzialmente problematico, perché decidere cosa sia donna o cosa non sia donna è un messaggio che può avere interpretazioni molto arbitrarie, e in un mondo che tende a spostarsi troppo verso un estremo può davvero finire con l’escludere chiunque non rispetti certi “criteri di femminilità”. Le questioni filosofiche sulle battaglie di genere forse rischiano di non trovare mai una corretta applicazione, quantomeno sullo sport, ma ci danno l’opportunità di riflettere sui messaggi.
Sicuramente, come visto, la questione è complessa e merita di essere trattata con la dovuta attenzione, anzitutto per rispettare la frase “il calcio è di tutti” (tutti non può avere un’unica accezione basata sullo standard occidentale, ad esempio) e anche per garantire che non si sfrutti la questione per un cambio di carriera. Essere transgender comunque, fa parte di un percorso di conoscenza di sé difficile, fatto di tante domande, ripensamenti, dubbi e silenzi, va molto oltre al semplice discorso di sentirsi estraneo in un corpo di un sesso diverso.





