Rivalità nel calcio femminile: crescita o copia‑incolla del maschile?

Il recente trasferimento di Katie McCabe dall’Arsenal al Chelsea ha aperto un dibattito nel mondo del calcio femminile. Da una parte chi ha analizzato il passaggio come un’evoluzione naturale della carriera di una giocatrice che ha dato tutto alle Gunners, e dall’altra chi ha storto il naso per il suo approdo in un club rivale. Ed è proprio attorno a questa seconda reazione che si è riaperto il dibattito sulla rivalità nel movimento.

Che tipo di rivalità cerca il calcio femminile?

La discussione si è polarizzata attorno a un punto: c’è chi sostiene che “il calcio femminile, per crescere, abbia bisogno di rivalità forti tra club e tra giocatrici”, e chi invece ritiene che il movimento non debba per forza replicare un modello nato e cresciuto nel maschile. Le rivalità tra squadre e giocatrici sono sempre esistite, anche se la storiografica attorno al movimento non è ricca e non copre del tutto gli anni pioneristici.

L’attuale generazione di calciatrici si trova esattamente a metà tra quella che ha aperto la strada alla possibilità di trasformare questa passione in un lavoro e quella che capitalizzerà l’epoca del professionismo nella prossima decina d’anni. È, di fatto, una generazione di transizione, che fino a oggi la rivalità l’ha percepita – se non come un ostacolo – comunque come un elemento che rischiava di rallentare la battaglia per l’affermazione del calcio femminile.

Ciononostante, le rivalità tra club sono esistite anche in questa fase. Tra i club ricordiamo quella tra Turbine Potsdam e 1. FFC Frankfurt in Germania, quella tra Bardolino e Torres in Italia, con i tifosi sardi che, in occasione di una partita, esposero uno striscione decisamente esplicito rivolto alle avversarie, e più recentemente quella tra Lione e PSG in Francia, che ha dato vita a partite memorabili, e la cui rivalità si acuisce all’interno dello spogliatoio della Nazionale francese.

Tra le giocatrici, è emersa principalmente nello spogliatoio della Nazionale spagnola in seguito agli eventi de “Las 15“, un mix di divisioni politiche, rapporti personali incrinati e tentativi di capitalizzare una vicenda che andava ben oltre il campo. Anche il linguaggio non verbale di alcune tra le principali esponenti nell’ultima cerimonia di consegna del Pallone d’Oro è stato più che esplicito in tal senso. Laddove aumentano visibilità, introiti e riconoscimenti, aumentano anche i rancori e le invidie.

Il calcio femminile ha veramente bisogno delle rivalità del calcio maschile?

La rivalità è uno dei motori attorno ai quali si costruisce una narrazione sportiva capace di far seguire ogni secondo di un campionato. E, se vogliamo prendere il calcio femminile italiano come esempio, oggi è Juventus-Roma a catalizzare l’attenzione: una rivalità che ha già prodotto episodi molto al limite. Dagli insulti e dalle minacce social dopo errori arbitrali, al triste episodio degli sputi verso Joe Montemurro al termine di una gara in cui, paradossalmente, il pubblico di casa era stato elogiato per sportività dopo gli applausi all’uscita di Beerensteyn.

Dall’altro lato, pesa anche la morbosa attenzione di una certa stampa verso qualsiasi episodio che coinvolga giocatrici rivali, spesso sfruttando vicende decontestualizzate o episodi borderline per costruire una narrazione distorta che metta in cattiva luce il movimento, un terreno già battuto più volte tra l’altro. La rivalità, per essere un valore aggiunto, deve rimanere entro un perimetro di accettabilità. Altrimenti si rischia di scivolare in casi estremi come quello di Aminata Diallo, accusata di aver orchestrato un’aggressione ai danni di Kheira Hamraoui, all’epoca sua compagna di squadra al PSG.

Ma soprattutto, la domanda è: quale rivalità gioverebbe oggi al calcio femminile? Perché un po’ di pepe e un po’ di drama non fanno mai male, ravvivando la stagione nei suoi momenti morti, creando attesa e alimentando la narrazione. Ma dall’altro lato non è affatto detto che esacerbare o forzare certe rivalità giovi automaticamente al movimento. Il punto, semmai, è trovare un equilibrio: da una parte liberarsi di alcuni stereotipi sulla femminilità che per anni hanno imposto un modello di “armonia obbligatoria”; dall’altra continuare a condannare con fermezza gli episodi borderline, trattandoli con il dovuto rispetto e senza buttare benzina sul fuoco solo creare polemica.

Il calcio femminile, tra l’altro, ha l’occasione di costruire, o indicare, un nuovo modello di rivalità, che continuerà a esistere – in forme più o meno evidenti – nelle grandi competizioni e tra calciatrici e club, ma che non deve necessariamente replicare quella narrazione “tossica” che caratterizza il maschile, dove spesso si cerca ossessivamente un pretesto per creare tensione anche quando non c’è.

La rivalità può essere un valore aggiunto, certo, ma solo se rimane dentro un perimetro sano. Oltre quel limite, non c’è più competizione: c’è solo il rischio di scivolare in derive che il movimento, proprio ora che sta costruendo la sua identità, non può permettersi.

Sebastiano Moretta
Sebastiano Moretta
Articoli: 2879