“È triste vedere come il calcio femminile sia sessualizzato e disprezzato. Nessuna donna, indipendentemente dal suo lavoro, dovrebbe affrontare questo tipo di comportamento” commenta Marie Höbinger dopo la condanna del suo stalker a due anni di ordine restrittivo e 18 mesi di servizio comunitario. Ma la realtà che emerge, a livello internazionale, è molto più grave.
“C’È LA PAURA CHE POSSA CAPITARE A CHIUNQUE”
Charlotte Harpur, per The Athletic, ha intervistato Fern Whelan, a direzione del dipartimento di equità, diversità e inclusione dell’Associazione delle Calciatrici Professioniste. “C’è la paura tra le giocatrici che fatti del genere possano capitare a chiunque“. La giornalista fa l’esempio degli insulti razzisti ricevuti da Jess Carter, ma anche delle mail inviate dai tifosi alle giocatrici inglesi prima della finale del Mondiale 2023, alcune contenenti minacce di morte, e per le quali, nonostante le indagini condotte sia dalle autorità inglesi sia quelle australiane, non sono ancora stati riscontrati i colpevoli.
Di recente, l’Arsenal e il Tottenham hanno dovuto cancellare post e bloccare i commenti per i propri nuovi acquisti, dopo aver ricevuto un’ondata di commenti sessisti e misogini, nonché alcuni utenti per aver provato a creare immagini sessualizzate delle calciatrici grazie all’ultimo aggiornamento di Grok, l’intelligenza artificiale di X. “È davvero spaventoso, ed è difficile da gestire a meno che non venga stoppato alla radice” continua Whelan.
CALCIO FEMMINILE: LA SITUAZIONE MOLESTIE DAL 2024 È PEGGIORATA
Alcune giocatrici hanno inoltre rivelato la paura di stare nelle proprie case dopo aver ricevuto minacce di morte e persino di stupro online, un mondo, quello digitale, che dal 2024 è “sensibilmente peggiorato” ed è arrivato ad un punto in cui si può definire davvero pericoloso. A questo si aggiunge anche la paura di essere avvicinate da persone di dubbia moralità prima e dopo le partite, e generalmente in qualsiasi altro ambito della vita privata e pubblica. In alcuni casi sono state disposte misure preventive, come ridurre il numero di autisti privati e ridurre la conoscenza degli indirizzi di casa, ma questo non basta.
“SO DOVE VIVI”
“So dove parcheggi la macchina“, “So quale macchina guidi“, “So dove vivi“: questi sono solo alcuni i messaggi che sono stati inviati alle calciatrici. È vero che il calcio femminile è cresciuto in risonanza e visibilità, e che le giocatrici sono sempre disponibili, però come conseguenza negativa sono arrivate persone che, in un modo o nell’altro, se ne sono approfittati. “È diventato sempre più difficile per le giocatrici di alto livello di accogliere i fan con le stesse modalità in cui hanno sempre fatto” ha dichiarato Jonathan Sebire, cofondatore di Signify.
Per quanto riguarda gli abusi online, le giocatrici hanno ricevuto contenuti di natura sessuale su di loro o sui/sulle propri/e partner, oppure insulti di stampo razzista o di omofobia, oltre alle minacce di morte e di stupro. In altri casi, rari ma in crescita, le giocatrici hanno raccontato di essere state seguite negli stessi ristoranti, bar e supermercati in cui sono andate. L’interazione spesso non è diretta, ma si basa sull’apparenza di avere una connessione: solitamente la persona in questione si fa un selfie inquadrando la giocatrice in sottofondo, per poi pubblicarla online.
Elementi che possono degenerare in situazioni molto più complicate, nelle quali le persone si inventano di sana pianta una relazione amorosa con la suddetta giocatrice; si sono anche registrati casi in cui le calciatrici hanno sospettato che qualcuno avesse piazzato un tracker GPS sulla propria macchina.
QUALI SCENARI PER IL FUTURO?
Le giocatrici non possono astenersi dall’usare i social media, poiché il loro lavoro dipende da loro per assicurarsi sponsorizzazioni e visibilità, considerando anche la natura precaria del calcio femminile nonostante la crescita. Quello che può fare la differenza, come accade nel calcio maschile, è che i profili più importanti vengano lasciati in gestione a terzi, possibilmente persone fidate.
In altri casi, sarebbe d’uopo riformulare il funzionamento dell’algoritmo in modo che espressioni non ancora designate come odio online – “torna a lavare i piatti/in cucina” ne è l’esempio lampante – vengano definite come tali. Infine, bisogna aumentare la consapevolezza che l’utilizzo dei social non è una “zona franca”, ma parte integrante del mondo in cui si vive, e quindi trattare violenza e molestie allo stesso modo in cui vengono trattate nella vita vera.





