La sessione di calciomercato femminile ha ufficialmente preso il via oggi, ma ci sembra giusto – mentre il movimento cresce, soprattutto all’estero – sottolineare quanto proprio questa finestra di trasferimenti segnali i paradossi e le contraddizioni del sistema. A partire dai club che possono permettersi (o che vogliono permettersi) di spendere cifre molto alte rispetto a qualche anno fa, fino a sistemi quasi stagnanti, viene ancora una volta evidenziato come la crescita sia più a livello di determinate aree piuttosto che realmente globale.
CALCIOMERCATO FEMMINILE, TRE PARADOSSI SU CUI LAVORARE
Paradosso 1: le campionesse non si muovono davvero
Il primo paradosso riguarda le top player, che o rimangono all’interno dello stesso club, soprattutto se vincente, oppure si trasferiscono nelle superpotenze. L’esempio più classico è stato l’esodo di diverse giocatrici dal PSG al Lione nel corso degli anni, e in questa sessione le giocatrici in uscita dal Barcellona (e alcuni elementi dello staff) sono state principalmente puntate dalle squadre di Michele Kang, che si divide tra la Francia e l’Inghilterra, e ha appena firmato Weir, in uscita dal Real Madrid.
E l’uscita di altre top player, come McCabe e Codina, non le ha viste in uscita verso l’estero, ma sono rimaste a Londra, scegliendo rispettivamente Chelsea e West Ham, perdendo l’occasione di rinforzare squadre di altri campionati. Se la questione legata all’ingaggio può essere stata tra i motivi di permanenza, dall’altro ci sono Paesi che offrono un livello di comfort e rispetto per il calcio femminile che non tutti hanno ancora stabilito come base minima di sviluppo del movimento.
Alla fine dei conti, però, le migliori o restano nel loro club di riferimento a vita, oppure non hanno l’interesse di trasferirsi al di fuori del proprio Paese di riferimento, per motivi economici ma anche di mentalità. Sta di fatto che il cambiamento resta minimo e circoscritto a quei due campionati – NWSL e WSL – con rare eccezioni di trasferimenti in Messico più perché certe calciatrici vengono considerate “anziane” come raccontava Le Sommer.
Paradosso 2: le giovani trovano poco spazio
Il secondo paradosso del calciomercato femminile riguarda le giovani, elemento che sta permettendo a campionati come la Toppserien e la Damallsvenskan di garantirsi delle entrate economiche da poter reinvestire nel proprio settore giovanile. Dall’altro lato però, salvo determinati talenti, è difficile che il top club che le ha firmate le schieri con regolarità all’interno della propria formazione titolare.
È successo con Giulia Dragoni, che il Barcellona ha girato prima nella propria Squadra B, e poi in prestito alla Roma, rinnovato per due stagioni, mentre calciatrici come Sidney Schertenleib sono riuscite a ritagliarsi il proprio spazio. Altri talenti come Rosa Kafaji sono arrivati in un momento di transizione, nel suo caso nel passaggio dalle mosse di Eidevall a quelle di Slegers all’Arsenal, nel quale non è riuscita a ritagliarsi il proprio spazio, esattamente come con Jenna Nighswonger, uno dei talenti del Gotham.
Si parla continuamente della necessità di far crescere le giovani, ma nella pratica – salvo rare eccezioni virtuose – molte di loro finiscono a fare gavetta in campionati minori o divisioni inferiori. I top club, che avrebbero bisogno di loro per allungare la panchina per competere su quattro/cinque fronti, raramente danno loro spazio per far rifiatare le big. Da una parte la paura di rovinare l’affiatamento tra le titolari, dall’altra non avere forze fresche per il finale di stagione.
Paradosso 3: le veterane si ritirano invece di redistribuire esperienza
L’ultimo paradosso del calciomercato femminile riguarda le veterane, molte delle quali scelgono di ritirarsi superati i 30 anni invece di porsi come guida in squadre minori. Anche qui la medaglia ha due facce: da un lato, molte giocatrici dell’attuale generazione hanno vissuto una vita fatta di poche ore di sonno, pranzi al volo, ore di studio e di viaggi di andata e ritorno per allenarsi e giocare, e con il passaggio alla vita professionista e all’alto ritmo di performance, i loro corpi hanno iniziato ad andare in debito di ossigeno.
Dall’altro lato però, il loro ruolo di responsabilizzazione e guida per le nuove generazioni rimane primario, per insegnare il sacrificio a chi invece è nata con qualche fortuna in più – grazie proprio alle veterane che hanno loro spianato la strada – e anche insegnare loro come leggere meglio le partite, rinforzando al contempo squadre più piccole e iniziando eventualmente a pensare in un post-carriera nel calcio.
È giusto che chi non abbia più motivazione scelga di lasciare spazio ad altre, ma è anche vero che avere calciatrici del calibro di Millie Bright (che ha scelto di ritirarsi a 32 anni) in una squadra di bassa classifica farebbe fare un salto di qualità notevole ad altre società che devono intanto salvarsi per poi programmare il proprio futuro con calma. Avere le conoscenze e l’esperienza che hanno maturato determinate calciatrici è fondamentale per il futuro.





