Calcio e Rivoluzione è un collettivo, principalmente attivo sul web, che si occupa di analisi politica e sociale attraverso il mondo del calcio
Il Senato della Repubblica Italiana, il 13 febbraio scorso, ha approvato il decreto Milleproroghe all’interno del quale era contenuta la proroga, appunto, del fondo per il professionismo negli sport femminili. Introdotto nel 2020, vi aveva aderito la sola FIGC che, in questo modo, era riuscita ad portare il professionismo nella Serie A Femminile, dando un forte impulso allo sviluppo di tutto il movimento per recuperare parte del gap con le altre nazioni europee, e anche con il calcio maschile in termini di tutele.
Il fondo, inizialmente escluso dalla manovra di bilancio del Governo, è stato rifinanziato, anche se per un solo anno al momento, a seguito delle tantissime voci critiche che si erano alzate. L’europarlamentare del Movimento 5 Stelle nonché leggenda del calcio italiano femminile, Carolina Morace, ad esempio, aveva detto: “La maggioranza di destra ha bocciato l’emendamento per rifinanziare il fondo per lo sport professionistico femminile, ma ciò che manca davvero è la visione. Ad accedervi in precedenza era stata la sola FIGC, ma in tre anni non è stato fatto nulla per rendere il calcio femminile sostenibile: nessuna strategia su sponsor, diritti tv e pubblico negli stadi”.
“Mentre in Inghilterra partner privati come Barclays investono milioni, in Italia si è solo sprecato tempo prezioso. Ora il calcio femminile deve ripartire da se stesso per non restare indietro rispetto al resto d’Europa. Serve progettualità, non promesse vuote”. L’ex calciatrice, con queste poche parole, ha lasciato intendere una visione e una strategia per lo sviluppo del calcio femminile (ma anche dello sport in generale) abbastanza diversa da quella che pensiamo si debba perseguire per far si che lo sport torni a ricoprire quel ruolo fondamentale per il benessere psico-fisico delle persone, oltreché a strutturarsi come sistema sostenibile e – allo stesso tempo – accessibile a tutti e tutte.
Come Calcio&Rivoluzione abbiamo avuto modo di parlare di questo e di molto altro con un’altra leggenda del calcio femminile mondiale, la svedese Hedvig Lindahl, ex numero uno, tra le tante squadre in cui ha militato, del Chelsea e della nazionale scandinava con cui ha raggiunto il record del maggior numero di presenze in assoluto, ben 189, per quel che riguarda un portiere.
HEDVIG LINDAHL, L’INTERVISTA DI CALCIO E RIVOLUZIONE
C&R: Ciao Hedvig ti vorremmo chiedere innanzitutto qual è lo stato di salute attuale di un movimento, quello femminile, che negli ultimi anni ha fatto enormi passi in avanti, nonostante il gap con il calcio maschile sia ancora evidente.
H: “Penso che il business in questo momento si trovi in un periodo molto delicato visto che ora il denaro ha iniziato a fluire attraverso investitori privati e altri tipi di finanziamenti. Mentre i diversi stakeholder del calcio femminile cercano di salire a bordo per guadagnare dai fondi che stanno affluendo, è necessario riflettere attentamente su quale futuro si sta accettando. Come possiamo mantenere l’autenticità che ha sempre caratterizzato il calcio femminile, mentre il denaro entra in gioco? A che punto il denaro inizierà a dettare le regole e a controllare quanta libertà avranno giocatrici e stakeholder?“
Gli sforzi della FIFA
La FIGC, proprio a inizio febbraio, ha presentato la prima edizione cartacea dedicata interamente alla Serie A Femminile del famosissimo album Panini. Una scelta che sicuramente darà maggiore visibilità e riconoscibilità a tutto il movimento ma che ci sembra lasci intravedere più un interesse economico che una reale volontà di creare i presupposti per un sincero sviluppo del calcio femminile.
Nonostante i progressi del calcio femminile e una maggiore attenzione mediatica, infatti, permangono diverse zone d’ombra e soprattutto diverse disparità rispetto al calcio maschile, come i problemi strutturali, che andrebbero affrontati (non solo nel calcio). Ecco cosa ci ha detto Hedvig Lindahl a riguardo:
“Purtroppo, non vedo abbastanza sforzi da parte della FIFA per cambiare questo sistema, che continua a perpetuare disparità salariali, carenze di finanziamenti e opportunità limitate nel calcio femminile. Servono persone nei consigli direttivi che abbiano il coraggio di prendere una svolta netta, ma è difficile che ciò accada, dato che queste persone raramente raggiungono posizioni di vertice attraverso il processo democratico su cui il calcio si basa”.
Il calcio femminile in Svezia
L’ex campionessa svedese sembra avere le idee chiare su quel che è l’attuale momento del calcio femminile e su quelle che sono le sfide che vi si pongono davanti, tanto in Italia quanto in Svezia e nel resto d’Europa: “In questo momento, penso che anche la Svezia sia a un bivio. Recentemente, il Women’s Football Group ha fatto un’offerta importante per portare la Damallsvenskan a un nuovo livello, ma l’offerta, così com’era, è stata rifiutata”.
“Potrei non essere completamente aggiornata, quindi forse la trattativa è ancora in corso e in evoluzione, magari verrà fatta un’altra offerta o è già stata fatta, non lo so. Quello che so è che il campionato svedese sta cercando di trovare la sua strada. Come possiamo finanziare il settore e allo stesso tempo rimanere fedeli ai valori che vogliamo mantenere?”.
“La qualità del gioco (del calcio femminile ndr) è già piuttosto buona, ma continuerà a migliorare quando sempre più persone sceglieranno di intraprendere la carriera di calciatrice e quando il sistema permetterà condizioni migliori, anche nelle serie minori. Servono allenatori più preparati e maggiore equità all’interno delle organizzazioni, soprattutto nelle posizioni di leadership”.
Hedvig Lindahl e le battaglie per la parità
Rimanere fedeli ai valori che lo sport dovrebbe veicolare è una questione dirimente, tanto a livello maschile quanto femminile soprattutto se consideriamo che il calcio femminile si è dimostrato, da sempre, più attento alle questioni sociali e alle grandi sfide della contemporaneità. Le sue protagoniste hanno, spesso, dimostrato di avere maggiore coscienza sociale e più determinazione nel portare avanti determinate battaglie (gender equality, equal pay, lotta contro la violenza di genere e in favore dei diritti LGBTQIA+…) rispetto ai colleghi maschi.
Una sensibilità che per Lindahl nasce dal fatto che le donne rappresentano “un gruppo oppresso, con una cultura di classe operaia”. E che in parte lo siano ancora: “Molte calciatrici non guadagnano nulla e restano in balia di chi rischia di abusare del proprio potere, usando i sogni delle giocatrici come merce di scambio. Storicamente, le figure di riferimento più visibili hanno dovuto combattere le proprie battaglie, ispirando chi le guardava”.
“Con l’ingresso delle donne in FIFPro, le cose sono cambiate rapidamente. Ora che molte nazionali e club offrono buone opportunità, temo che le grandi figure di riferimento non combatteranno più spesso contro le ingiustizie, perché conducono una vita piuttosto agiata e avrebbero molto da perdere. Gli uomini che godono di questo privilegio da molto più tempo e, proprio perché hanno molto da perdere, raramente si esprimono collettivamente. Ma potrei sbagliarmi. Spero di sbagliarmi e spero che la giustizia sociale rimanga un tema su cui i calciatori e le calciatrici continueranno a prendere posizione”.
Il genocidio in Palestina
Un impegno sociale che la stessa campionessa ha fatto suo come lei stessa ci ha tenuto a precisare prima di cominciare l’intervista: “Devo essere onesta e dirvi che negli ultimi 15 mesi non ho seguito molto le notizie riguardanti il calcio femminile, poiché sono stata assorbita dal genocidio in Palestina”. Una “confessione” che, ovviamente, ci ha spinto a chiederle di parlarcene più approfonditamente:
“Come ho già accennato, sono stata completamente assorbita dal genocidio a Gaza e in Cisgiordania inflitto loro dallo Stato israeliano. Nell’ottobre 2023 ho trascorso più di tre settimane in una città costiera di Cipro e mi sono trovata a vivere in una strana doppia realtà. Ogni giorno ammiravo albe e tramonti mozzafiato, mentre a pochi chilometri di distanza bambini e civili venivano privati dei diritti umani fondamentali, intrappolati da un muro e dallo stesso mare che stavo guardando, mentre le bombe cadevano su di loro”.
“Ho sempre avuto a cuore la sorte dei bambini nelle zone di guerra, ma questa è diventata una situazione senza precedenti. Seguivo le ONG e le Nazioni Unite gridare al mondo di fermare tutto questo, usando ogni parola possibile per cercare di far capire alla gente la gravità della situazione. Ogni mattina mi svegliavo e nuovi bambini erano stati uccisi”.
“Ho sentito il bisogno di documentarmi, di capire perché tutto questo fosse permesso. Più approfondivo, più mi rendevo conto di come sembri funzionare realmente il mondo. Ci ho messo 40 anni per capirlo e me ne vergogno. Allo stesso tempo, ora capisco perché è stato così. Mi rendo conto che ciò che permettiamo accada a Gaza darà il via libera perché possa accadere anche altrove. Non solo è nostro dovere opporci all’ingiustizia e salvare bambini innocenti ovunque nel mondo, ma è anche nel nostro stesso interesse assicurarci che il diritto internazionale sia rispettato. Altrimenti, a cosa stiamo dicendo sì?”.
“Cerco di diffondere consapevolezza su ciò che sta accadendo, condividendo le prospettive dei palestinesi e opponendomi all’antisemitismo che gli ebrei innocenti subiscono a causa dello Stato di Israele, che usa l’ebraismo come giustificazione per le sue azioni – azioni che molte voci ebraiche condannano da decenni. Rendo omaggio alle persone coraggiose che da tanto tempo lottano per la liberazione della Palestina e per la pace per tutti”.
Opinioni sull’esclusione dell’IFA
Effettivamente andando sui suoi social si potrà notare l’impegno e la costanza con cui Hedvig Lindahl sta provando a fare la sua parte anche all’interno del sistema calcio, sollecitando i diversi attori in campo affinché prendano una posizione in favore della pace e della giustizia sociale.
Le abbiamo, quindi, voluto chiedere se ritenesse accettabile che la FIFA, ora, a tregua firmata, possa ritenere archiviata la richiesta di esclusione della Federazione Calcistica Israeliana (IFA) o, se al contrario, pensa si debba continuare a fare pressione affinché prenda qualche provvedimento, anche alla luce del fatto che permane la violazione da parte dell’IFA degli stessi Statuti della FIFA ed in particolare dell’articolo 72 (1) secondo cui “le associazioni membri e i loro club non possono giocare sul territorio di un’altra associazione membro senza l’approvazione di quest’ultima“:
“Sono andata al Congresso della FIFA a Bangkok nel 2024 per cercare di parlare con i rappresentanti della FIFA riguardo al genocidio in corso a Gaza. Ho ascoltato l’intervento della Federazione Calcistica Palestinese (PFA), così come quello dell’IFA. Indossavo la mia collana con la scritta “cessate il fuoco” e ho parlato con persone vicine a Infantino. Ho contattato altre persone del mondo del calcio, per la maggior parte non giocatori, ma persone con molti contatti e un forte impatto nel settore. Ho cercato di suggerire alcuni messaggi di pace e, a un leader calcistico, ho proposto che l’IFA si ritirasse volontariamente dalle competizioni FIFA per mostrare solidarietà ai palestinesi”.
“Ovviamente, questo probabilmente non accadrà mai. Sono molto delusa dalla FIFA e dal mondo del calcio per il loro silenzio, fatta eccezione per alcune rare voci. Sono delusa dal calcio e dai leader mondiali in generale. Il mondo del calcio e i leader mondiali usano due pesi e due misure. Così tante persone nel mondo se ne rendono conto, e viene da chiedersi a cosa porterà tutto questo. L’ipocrisia è evidente. Anche ora, con un cessate il fuoco in vigore, i palestinesi continuano a essere uccisi. Voglio che il calcio sia un riflesso della società e mi sembra chiaro che la stragrande maggioranza delle persone nel mondo voglia libertà per tutti. Vogliamo che i nostri leader agiscano nell’interesse del popolo”.
La lettera contro Saudi Aramco
Qualche mese dopo il Congresso FIFA a cui ha partecipato Lindahl, e nel bel mezzo del genocidio a Gaza, un centinaio di calciatrici hanno sottoscritto una lettera per intimare alla FIFA di interrompere ogni sponsorizzazione con Saudi Aramco, colosso petrolifero dell’Arabia Saudita:
“Esortiamo la FIFA a riconsiderare questa partnership e a sostituire Saudi Aramco con sponsor alternativi i cui valori siano in linea con l’uguaglianza di genere, i diritti umani e il futuro sicuro del nostro pianeta” si legge nella lettera. “Ho firmato una lettera aperta per chiedere alla FIFA di porre fine alla sua partnership con Saudi Aramco a causa delle violazioni dei diritti umani e delle preoccupazioni ambientali”, le parole di Pedersen – attualmente all’Inter.
“Come calciatrici abbiamo la responsabilità di mostrare al mondo e alla prossima generazione cosa è giusto. Penso che questa sponsorizzazione non sia in linea con ciò che la FIFA rappresenta ma anche con ciò che rappresentiamo noi come calciatrici” il pensiero di Vivianne Miedema, campionessa in forza al Manchester City. Ci è venuto spontaneo chiederle come mai avesse deciso di non sottoscrivere la lettera nonostante le fosse stata sottoposta:
“Pur pensando che quella lettera fosse importante, ho avuto la sensazione che si sia cominciato dalla parte sbagliata”. E non potrebbe essere altrimenti considerato il silenzio del mondo del calcio femminile su quanto sta accadendo in Palestina o su quanto accaduto, a novembre, alla giovane stella della nazionale femminile Libanese, Celine Haidar, gravemente ferita dai bombardamenti israeliani su Beirut.
Un silenzio che per Lindahl è dovuto in larga parte alla paura: “Credo che la paura sia un fattore che incide moltissimo. L’ho sentita anch’io nell’autunno del 2023. Spero che questa paura svanisca lentamente. Continuo a pensare che non sia nulla in confronto alla paura che può provare un bambino piccolo di fronte al rischio di morire o di essere l’unico sopravvissuto della propria famiglia”.
Silenzio vs prese di posizione
Un silenzio che per l’ex stella della nazionale svedese è – in un certo modo – incompatibile con la sua idea dello sport e del ruolo che le calciatrici possono ricoprire a livello mondiale con la loro influenza. Quando le abbiamo chiesto se ritenesse giusto che calciatori e calciatrici debbano limitarsi a giocare senza prendere parola su questioni sociali e politiche, lasciando quegli argomenti ai politici di professione, ci ha detto che può essere d’accordo ma “fino ad un certo punto” perché “il calcio è essenzialmente intrattenimento, ma si intreccia con questioni molto serie”.
“La realtà è che tutto è politica. E il mondo in cui viviamo. Stare in silenzio significa anche prendere una posizione politica. Ciò che sta accadendo nel mondo riguarda tutti. Penso che sia importante chiedersi chi si vuole essere, quale eredità si vuole lasciare e cosa si vuole rappresentare, e poi individuare azioni che ti portino in quella direzione. È importante difendere i diritti umani e il diritto internazionale? È importante lottare contro il razzismo? Bene, allora hai il cammino chiaro e azioni concrete per aiutare a raggiungere questo mondo in cui l’umanità e i diritti umani mostrano la strada. Ora è il momento di fare in modo che ciò accada, in un modo o nell’altro”.
Bisogna prendere esempio da una grande campionessa ma soprattutto da una grande donna e continuare a lottare per quello in cui crediamo, fuori e dentro il rettangolo verde.





