Iran Femminile, ulteriori sviluppi della situazione

Avevamo riportato in precedenza la difficile situazione dell’Iran Femminile, tra geopolitica, clima interno e solidarietà dall’esterno. Alcune giocatrici – all’inizio 5, seguite da due compagne, ma poi una non se l’è sentita di proseguire – hanno ufficialmente richiesto asilo politico in Australia, per paura di ripercussioni dopo il rifiuto di cantare l’inno nel match d’esordio in Coppa d’Asia. Jacob Whitehead per The Athletic ha descritto nel dettaglio la situazione, fornendo retroscena piuttosto esplicativi.

IRAN FEMMINILE, LA SITUAZIONE COMPLETA

Prima della cena conclusiva dell’avventura in Australia, la capitana Zahra Ghanbari, seguita da Fatemeh Pasandideh, Zahra Sarbali, Atefeh Ramazanzadeh e Mona Hamoudi (seguite da Mohaddeseh Zolfi) avevano deciso di richiedere supporto politico. L’elemento più anziano della delegazione iraniana ha rassicurato le restanti giocatrici che la Polizia le avrebbe riportate indietro, ma era all’oscuro del fatto che proprio le forze dell’ordine hanno giocato un ruolo attivo in favore delle “fuggitive”. Il giornalista riporta che per loro non c’era altra soluzione possibile.

I rischi

La Nazionale rischia, oltre alla possibile repressione del regime, anche di essere coinvolta in quella che a tutti gli effetti è una zona di guerra. Al contempo, rimanere in Australia allontanerebbe le giocatrici dalla propria famiglia, che rischia di subire a propria volta le ritorsioni, come la confisca dei beni o essere addirittura tenute in ostaggio per costringere le dissidenti a tornare.

Il caso politico

Tony Burke, il Ministro per gli Affari Interni, l’Immigrazione e la Cittadinanza, ha offerto dei visti umanitari, che garantiscono alle calciatrici che hanno deciso di rimanere in Australia, la possibilità di lavorare e studiare, e quindi vivere, nel Paese ospitante. Il caso è quindi diventato politico, con l’Iran Femminile che è diventato strumento di propaganda sia per il proprio Paese, sia per l’Occidente.

Repressioni passate e future

Le restanti calciatrici hanno preso un volo per Kuala Lumpur, prima di prenderne un altro per la Turchia, e poi arriveranno in Iran usando i mezzi. Whitehead riporta che un membro della delegazione avrebbe lasciato intuire che ci sarebbero state delle conseguenze se non fossero riuscite a cantare nuovamente il proprio inno, subito dopo la gara d’esordio. Una forma di minaccia già subita in passato dalla Nazionale maschile.

Nel frattempo, il regime ha già dichiarato che chiunque sia tacciato di “collaborazione con il nemico” (sulla base di processi sommari probabilmente) rischierà una pena dalla confisca dei beni all’esecuzione. L’Iran Femminile, come anche per la controparte maschile, ha dovuto affrontare diverse restrizioni. Per la Coppa d’Asia, sono state rimosse le sessioni di allenamento all’aperto, non sono state permesse interviste media con le giocatrici, e alle conferenze stampa è stato ufficialmente richiesto di effettuare domande relative al calcio.

Il controllo ristretto

Persino l’hotel in cui l’Iran Femminile ha alloggiato favoriva la possibilità della reception di vedere chi arrivava e chi andava via. Prima della partenza per l’Australia, a ciascuna giocatrice è stato chiesto di lasciare una consistente garanzia finanziaria al governo, con la schedatura della famiglia, compreso il luogo di abitazione.

Le attività familiari sono state temporaneamente trasferite nelle mani della Guardia Rivoluzionaria, e seguire un codice di comportamento previsto dal regime. All’arrivo nella nazione ospitante la Coppa d’Asia, sono stati confiscati i passaporti alle calciatrici, e i telefoni sequestrati, tanto che non hanno nemmeno potuto chiamare i propri familiari per assicurarsi delle loro condizioni dopo i primi bombardamenti.

Le dichiarazioni di un ex calciatore e allenatore

L’ex calciatore Mohammad Taghavi ha dichiarato a The Athletic che: “Se sei un giocatore di alto profilo, non c’è mai stata pressione, anzi, ti davano anche vantaggi come soldi, acquisto di terreni… una specie di tangenti. Ma se sei meno famoso, minacciano ti portarti in prigione, farti smettere di giocare a calcio e di uccidere la tua famiglia. E con il calcio femminile, c’è sempre questo tipo di repressione“.

Cos’è successo dopo il rifiuto di cantare l’inno

La scalatrice Elnaz Rekabi, in una competizione a Seoul nel 2022, aveva competuto senza l’hijab, e il regime l’ha prima forzata a chiedere scusa, e poi le ha distrutto la casa. Ora lei vive all’estero dopo aver ottenuto asilo politico. Le giocatrici, dopo essersi rifiutate di cantare l’inno, sono state obbligate a non utilizzare i bagni comuni e di sedersi al ristorante, limitandosi al room service o a portarsi in camera il cibo dei buffet. E alcuni membri della delegazione hanno mentito sul proprio lavoro per ottenere un accredito per poter seguire più da vicino la squadra, ed evitare dichiarazioni di qualsiasi tipo oltre al calcio.

Sebastiano Moretta
Sebastiano Moretta
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