Paula Myllyoja, portiera di calcio oggi ritirata, ha indossato la maglia del Pink Bari in Serie A dal 2019-20 al 2020-21. Recentemente, ha condiviso una lettera tramite il sito ufficiale del sindacato FIFPro, evidenziando come ancora le giocatrici, nonostante la crescita globale del movimento, debbano affrontare sfide, trovandosi spesso da sole. Lei lo ha vissuto in prima persona, quando ha sconfitto una leucemia mentre studiava come dottoressa, facendo il tirocinio, e nel contempo giocava a calcio, come dichiarò nel 2020 nella serie “Uniche“, in collaborazione tra Timvision e Freeda.
PAULA MYLLYOJA: “MOLTI CHIUDONO UN OCCHIO SU QUELLO CHE LE GIOCATRICI VIVONO”
“Sono cresciuta giocando su campi di sabbia, l’allenamento a volte iniziava alle sette e mezzo di sera, il nostro kit era lo stesso degli uomini – quindi troppo grosso – e lo indossavamo per anni. Per gli allenamenti invece, indossavi spesso i tuoi vestiti. Sembra strano ora, ma questo era il calcio femminile” si apre la lettera di Paula Myllyoja.
“Quindi quando ho letto i risultati del sondaggio FIFPro (che ha rivelato come due terzi delle giocatrici guadagni meno di 20mila dollari all’anno, e il 25% delle sondate ha dichiarato di avere un lavoro al di fuori del calcio; infine, un terzo ha dichiarato di avere contratti di durata inferiore all’anno, e il 22% non ha alcun contratto, ndr) son rimasta molto colpita e triste. Mi aspettavo qualcosa di più positivo“.
I risultati del sondaggio FIFPro
“Il sondaggio conferma una realtà che molti non vogliono sentire: c’è un gruppo significativo di calciatrici internazionali che giocano con stipendi molto bassi, affidandosi a secondi lavori, o addirittura che giocano in condizioni di povertà mentre cercano di bilanciare vita e calcio cercando di arrivare al massimo livello. Le persone amano celebrare la crescita del calcio femminile, ma spesso chiudono un occhio su quello che le giocatrici vivono davvero“.
La statistica preoccupante
“Una statistica che mi ha colpita è quanto siano comuni i contratti da un anno, il che vuol dire che in realtà sono nove o dieci mesi, una sola stagione in pratica. Questo gap conta. Quando il tuo contratto finisce, il tuo stipendio non c’è più e resti da sola con mille calcoli da fare, assicurandoti di avere i soldi per tutto l’anno. In certi club scopri di avere tre giorni liberi il giorno stesso: troppo tardi per programmare un viaggio, troppo tardi per organizzare un recupero serio, troppo tardi per vedere la famiglia a meno di correre verso il primo volo disponibile“.
“Mi è capitato quando giocavo all’estero: novanta minuti per arrivare in aeroporto, biglietti presi in taxi, valigia fatta di corsa, solo per passare due giorni a casa. Siamo donne adulte: dovremmo poter pianificare la nostra vita. E invece troppo spesso ci trattano come se non fossimo in grado di farlo“. E quel tempo libero potrebbe essere addirittura utilizzato per riprogrammare la propria vita in caso di cessazione improvvisa del contratto, una situazione simile vissuta l’ultimo inverno da Kailen Sheridan.
Gli stipendi
“Due terzi hanno poi dichiarato di guadagnare meno di 20mila dollari l’anno, che è una cifra nettamente inferiore a quelle che si pensa che guadagnino le atlete internazionali. Ciò non ti cambia solo lo stile di vita, ma anche il benessere. Le giocatrici pagano ancora di tasca propria il supporto essenziale. Ti danno un fisioterapista, ma i massaggi? Li paghi. Se il fisioterapista è occupato, paghi. Se il club non ha i mezzi o la conoscenza per curare il tuo problema, vai da un’altra parte. E paghi“.
Forse in questo caso, l’esempio migliore è quello di Marina Georgieva. “Per il supporto per la salute mentale? Spesso pagato dalle giocatrici, anche quello. Nella mia intera carriera, un solo club aveva un terapista a disposizione delle calciatrici. La nutrizione è un altro problema, non è a buon prezzo. E se devi scegliere dove spendere un’entrata limitata, aggiungi stress ad una giocatrice che dovrebbe concentrarsi solo sulla performance e sul recupero” continua Paula Myllyoja.
Il giorno di riposo inesistente
“Il sondaggio riflette anche quanto le calciatrici conoscono il loro corpo: il viaggio non è un giorno di riposo, gli aeroporti e gli scali sono stressanti, e alcune squadre non coprono nemmeno le spese per il cibo, mentre altre prendono la via più economica possibile che quindi significa più cambi e ore in più, per poi aspettarsi che arrivino pronte a performare“.
Il lato positivo
“C’è una parte che mi dà speranza: ho vissuto anche l’opposto. A Euro 2022, abbiamo sistemato molte cose, c’era un’atmosfera molto compatta tra le giocatrici e lo staff, potevamo dire onestamente ciò di cui avevamo bisogno. Avevamo un nutrizionista, più un mental coach e il terapista di supporto, oltre ad allenatori, preparatori, fisioterapisti e osteopati. Per i viaggi prendevamo anche voli privati, ero genuinamente felice in quell’ambiente” racconta Paula Myllyoja.
“Continuavo a ripetermi: questa non è l’eccezione, è come le cose dovrebbero essere. Non un privilegio, ma qualcosa di normale. Quindi per la prossima generazione: continuate a parlare, anche quando le cose sono complicate. Sono questi gli argomenti di cui lamentarsi. E a chi prende le decisioni: abbiate il coraggio di agire. Basta parole ai galà, ma lavorate davvero per le necessità delle calciatrici. Mettete la passione per il gioco davanti alla protezione di un sistema ingiusto“.
“Il progresso è possibile: rendetelo uno standard”
Paula Myllyoja conclude poi dicendo: “Ho iniziato in un mondo in cui mi è stato detto che le giocatrici non sarebbero nemmeno diventati portieri. E se qualcuno avesse detto a quella ragazza che un giorno avrebbe viaggiato per una trasferta in aereo privato con tutto il necessario per la sua dieta sportiva, non ci avrebbe creduto. Il progresso è possibile, l’ho vissuto sulla mia pelle. Ora rendetelo uno standard e non un privilegio“.





