La storia della domenica è il format nel quale riassumiamo e/o approfondiamo l’evento più rilevante della settimana o del mese. Questa volta però, il tema sarà molto delicato: un articolo di Megan Feringa per The Athletic ha riportato i dati sugli abusi nel calcio femminile, e per farla breve e dirla eufemisticamente, i numeri sono tutt’altro che incoraggianti ma dall’altro lato riflettono la crescente consapevolezza che determinati atteggiamenti e comportamenti siano profondamente sbagliati e che quindi l’aumento delle denunce ne è una diretta conseguente.
LA STORIA DELLA DOMENICA: GLI ABUSI NELLO SPORT FEMMINILE
I dati UNESCO riportano che il 21% delle atlete donna ha subito un abuso sessuale da bambina, almeno il doppio rispetto agli uomini, e tra il 26% e il 74% subisce maltrattamenti psicologici, fisici e sessuali nello sport. Viene citato anche il report “Non so se potrò mai più fidarmi di qualcuno” di Kate Seary (co-fondatrice di Kyniska Advocacy), Leanne Norman (Psicologa dello Sport) e Chloe Woodhead (ricercatrice in Psicologia dello Sport per la Leeds Beckett University), che analizza l’impatto a lungo termine sulle donne sopravvissute a sei forme di maltrattamento da parte degli allenatori: abuso emotivo, manipolazione, violazioni etiche, danni fisici, discriminazione e abuso sessuale.
Lo studio evidenzia come determinati atteggiamenti abusivi siano ormai normalizzati e sostenuti da condizioni strutturali e culturali radicate. Proprio per questo motivo tutte le denunce raccolte sono state rese anonime, così da evitare possibili ritorsioni nei confronti delle atlete. Sebbene il report si concentri sul Regno Unito, il suo contenuto assume una portata inevitabilmente globale: in molti Paesi mancano ancora leggi adeguate o una reale consapevolezza degli abusi nello sport, così come dell’importanza di denunciarli. Allo stesso tempo, esistono Stati che hanno già attivato sistemi di protezione più solidi, dimostrando che un modello diverso è possibile.
“La ricerca richiede un intervento urgente da parte degli organismi di governo dello sport, dei decisori politici e delle organizzazioni sportive d’élite. Tra le misure indicate figurano l’estensione del supporto alle atlete anche dopo il ritiro, l’integrazione di sistemi di tutela sensibili alle questioni di genere, il finanziamento di servizi basati su un approccio informato al trauma per le ex atlete e l’inserimento della prevenzione come priorità centrale nelle riforme dei meccanismi di salvaguardia” scrive Feringa.
Centrale anche il tema delle denunce non effettuate o arrivate con anni di ritardo: “Lo squilibrio di potere ha portato a una perdita di fiducia nel sistema giudiziario, spingendo molte atlete a tenere per sé i comportamenti abusivi subiti. Secondo il report, anche il timore di ritorsioni e l’emarginazione da parte di compagne di squadra e amici hanno rappresentato forti deterrenti nel denunciare” prosegue la giornalista.
Gli effetti degli abusi hanno spinto le atlete a perdere interesse nello sport e fiducia nelle persone, con difficoltà estese anche ai rapporti umani. Le voci messe in giro anche dagli stessi abusanti hanno spinto coloro che si definivano “amici e amiche” ad allontanarsi dalle vittime. Oltretutto, dal report emerge che gli attuali sistemi di tutela si sono rivelati inadeguati, e che la gerarchia prettamente maschile non prendeva sul serio le loro testimonianze e ne metteva in dubbio la legittimità.
Per Leanne Norman “un problema fondamentale resta l’assenza di un controllo esterno indipendente sugli organismi sportivi per quanto riguarda la tutela. Le federazioni nazionali detengono infatti il potere di scrivere, interpretare e applicare i propri standard di salvaguardia” quindi “i consigli sportivi del Regno Unito dovrebbero inserire i requisiti di tutela direttamente negli accordi di finanziamento“.
L’elemento che però non deve passare in secondo piano lo esplicita Seary, che mette in guardia: “Al momento non esiste alcun percorso finanziato specificamente pensato per le ex atlete che stanno cercando di riprendersi dagli abusi. Questo significa che le sopravvissute devono autofinanziare il proprio percorso di recupero, dalle spese legali alla terapia e all’assistenza sanitaria. Per atlete che spesso non percepiscono stipendi elevati, o che devono conciliare più lavori, l’impatto economico può essere devastante“. E questo ovviamente va anche oltre lo sport femminile.
Il quadro che emerge è complesso e doloroso, ma non immutabile. Le testimonianze raccolte e il lavoro di chi oggi chiede riforme mostrano che esiste un margine reale per cambiare le strutture che hanno permesso questi abusi. La crescita dello sport femminile, insieme a modelli virtuosi già esistenti, dimostra che un sistema più sicuro è possibile. Ora la sfida è trasformare questa consapevolezza in impegno concreto, perché il benessere delle atlete non sia più un elemento accessorio, ma il fondamento stesso dello sport





